Il Rapporto 2007 sull’Economia della Musica in Italia presentato dal centro ASK dell’Università Bocconi fornisce una rappresentazione economica del valore generato da tutti gli attori che ruotano all’interno del sistema musicale.

La realizzazione del Rapporto si basa su alcuni punti fondamentali:
  • il music business, essendo un sistema molto complesso, non viene rappresentato seguendo soltanto la metodologia tipica delle analisi industriali, ma viene rappresentato attraverso una visione di insieme, illustrando ogni anello della filiera ed evidenziandone la struttura, il ruolo e il valore generato;
  • per la stesura del Rapporto ci si è avvalsi di dati relativi ad un arco temporale di quattro anni, che hanno permesso di applicare una metodologia di analisi costante anche se non per questo meno dinamica;
  • lo studio vuole offrire degli spunti per il confronto e il dibattito in merito ai cambiamenti degli ultimi anni che stanno modificando le abitudini relative al mercato della musica.

Gli attori del sistema sono stati raggruppati per macro-categorie che rappresentano le loro attività di riferimento e, in seguito, è stato valutato il valore generato da ciascuna categoria.
Le attività eseguite possono essere suddivise in: attività creativa, attività di produzione e scouting, fase di rights management, fase di distribuzione e logistica e, infine, consumo finale.
In particolare, possiamo individuare tre diversi livelli di consumo finale:
  • domanda finale dei consumatori, che a sua volta si divide in digital delivery (ovvero mobile music e musica online) e distribuzione fisica;
  • consumo intermedio, che comprende sonorizzazioni, trasmissioni e sincronizzazioni (ovvero lo sfruttamento della musica in canali quali spot pubblicitari, cinema, televisione, ecc.);
  • consumo complementare, ovvero acquisto di strumenti e pubblicazioni musicali, formazione musicale ed elettronica di consumo.

Secondo il Rapporto 2007, il mercato della musica italiana è in leggera flessione: nel 2006 si è assestato, infatti, sui 2,95 miliardi di euro, rispetto ai 3,1 miliardi del 2005, con una diminuzione del 4,6%.
Per dare un’idea di quanto possa essere rilevante questo valore, basti pensare che, in un anno, gli italiani spendono più o meno la stessa cifra nell’acquisto di calzature.
Questo risultato mostra come, malgrado tutte le trasformazioni in atto nel mercato musicale, in generale il valore economico sia rimasto più o meno costante rispetto agli anni precedenti, anche se si percepisce chiaramente che all’interno del mercato stanno avvenendo dei cambiamenti significativi.
Nonostante la diminuzione generale del valore del music business, all'interno dei vari settori la situazione è piuttosto differenziata.
Il comparto della discografia tradizionale ha fatto registrare una diminuzione rispetto al 2005 del 18,1%, per una “compressione” totale del 27,8% negli ultimi tre anni, pur mantenendo un valore assoluto di 607 milioni di euro.
Il digital delivery, che comprende la musica digitale distribuita sui nuovi media, ossia web e mobile, è cresciuto, invece, dell'1,5%, arrivando a quota 108,95 milioni.
In questo valore non sono comprese le vendite di suonerie monofoniche e suonerie polifoniche che non sono soggette a diritti, distinzione che non era stato possibile effettuare negli anni passati, e che permette di individuare in maniera più precisa i contenuti il cui valore è direttamente riconducibile alla musica.
Almeno in parte, la riduzione del valore generato dal canale tradizionale è stata compensata dall’aumento delle vendite di musica nei canali web e mobile, anche se non abbastanza da coprire completamente le perdite del settore musicale.
Scendendo ancora più nel dettaglio, si può notare che sono i brani scaricati online e i Full track per il mobile (ovvero i contenuti a maggior valore aggiunto) ad essere in crescita, coprendo circa il 3,7% del mercato digitale, mentre i contenuti più “poveri”, ovvero le suonerie, che si attestano all'1,5%, rappresentano ormai un mercato in saturazione.
Il Rapporto fa emergere, in particolare, un aumento del 116% della musica online, che passa così da 3,2 a 6,9 milioni di euro, a fronte di un leggero calo dei prodotti musicali mobile, che passano da 104,1 a 102 milioni.
La tendenza generale è, dunque, quella di una progressiva riduzione degli spazi del prodotto fisico, che mantiene, comunque, una certa rilevanza, a vantaggio dei contenuti digitali, settore in cui sono i contenuti a maggior valore aggiunto a trainare la crescita.
Prendendo in considerazione il solo canale mobile, il valore della mobile music in Italia nel 2006 è risultato pari a circa 102 milioni di euro, di cui circa 16 riconducibili a Full track e i restanti 86 milioni riconducibili ad altri servizi musicali mobile.
Per l’anno 2005, il valore della mobile music era pari a 104,1 milioni di euro, di cui circa 9 riconducibili a Full track, e i restanti 95,1 ad altri servizi musicali mobile.
Guardando nel dettaglio delle due classi che compongono la mobile music, si nota una crescita del 78% per i Full track, controbilanciata dall’arretramento nella vendita di altri servizi musicali, come Truetone, suonerie Polifoniche soggette a diritti, Risponderie, Videosuonerie ecc.
Altri valori interessanti emersi dal Rapporto riguardano la fruizione di eventi dal vivo e la spesa pro-capite per l’acquisto di strumenti musicali.
La spesa media per famiglia per la fruizione di musica dal vivo nel 2006 ha fatto registrare un valore stabile rispetto agli anni scorsi, attestandosi intorno ai 12 euro, un valore molto basso, considerando che corrisponde più o meno alla metà del costo di un biglietto per un concerto pop.
Allo stesso modo, anche il valore generato dalla vendita di strumenti musicali è molto basso: la spesa pro-capite è di soli 5 euro, contro, ad esempio, i 20 euro degli Stati Uniti.
Questi valori sono rilevanti in quanto è importante tenere conto del legame esistente tra il valore relativo alla spesa per l’acquisto di strumenti musicali e il mercato dei contenuti generati.
Si può notare, infatti, una correlazione tra questi due valori, dal momento che i contenuti generati non prescindono dalla cultura e dalle competenze di cui dispone il sistema musicale.
Una delle cause principali della crisi della discografia italiana è da ricercare, infatti, nella mancanza di alfabetizzazione del pubblico in ambito musicale, anche in merito a come la musica debba essere sfruttata correttamente, dal momento che chi si avvicina alla musica non necessariamente lo fa per suonarla, ma può semplicemente farlo come ascoltatore.
Il mercato musicale si trova oggi in un momento transitorio, in cui si assiste sempre più ad un cambiamento nelle abitudini dei consumatori, come quando vi fu il passaggio dal vinile al Cd, passaggio che ha rappresentato l’ultimo epocale cambiamento nel mercato musicale.
Ora, invece, la discografia si aspetta il passaggio dal Cd alla musica digitale, con tutti i problemi che questo nuovo mercato porta con sé, primo fra tutti il problema della pirateria.
La tendenza che sta seguendo il mercato, nonostante la confusione determinata dalla crisi della discografia tradizionale, è il passaggio da contenuti di tipo “mono-prodotto” a una pluralità delle forme di sfruttamento, con contenuti che potrebbero essere definiti “polifonici” e soggetti a diversi diritti.
Un altro problema emerso dalla discussione seguita alla presentazione del Rapporto è quello rappresentato dagli investimenti nel settore musicale, in quanto molto spesso si è riscontrata la mancanza di investimenti per poter permettere a quegli artisti che non sono ancora affermati di poter sfondare.
Il problema sta nel fatto che, mancando gli investimenti necessari che dovrebbero permettere agli artisti di crescere, viene a mancare, di conseguenza, anche l’offerta musicale per coloro che fruiscono di questi contenuti.
La pirateria rimane sicuramente il principale problema da affrontare per risolvere la crisi della discografia tradizionale e per consentire al nuovo mercato digitale di esplodere.
Non si può, tuttavia, non considerare l’atteggiamento nei confronti della pirateria da parte delle nuove generazioni, in cui, il più delle volte, non si riscontrano sensi di colpa nei confronti dell’utilizzo di canali illegali per la fruizione di contenuti musicali.
Una difficoltà che hanno molti operatori del settore è quella di interpretare correttamente le esigenze e i comportamenti dei consumatori, dal momento che il valore generato dal mercato musicale proviene da canali completamente diversi rispetto a pochi anni fa.
Per questo motivo, si è riscontrato nel mercato musicale attuale una certa “timidezza”, soprattutto nell’offerta dei contenuti creativi, mentre chi opera in un settore, come quello musicale, che offre prodotti che si caratterizzano per il loro contenuto creativo, deve adeguarsi ai cambiamenti nelle abitudini dei consumatori, non solo ricorrendo ai canali tradizionali, ma anche sperimentando strategie manageriali alternative.
È importante dunque, per affrontare la crisi della discografia, che il mercato musicale sia in grado di offrire al pubblico esattamente quello che gli viene richiesto.